Sconfitte le sinistre, vince la ‘popolocrazia’

Avevamo detto che l’appuntamento elettorale del 4 marzo avrebbe rappresentato un momento significativo per la democrazia nel nostro paese. I risultati confermano questa nostra affermazione. Per la sinistra tutta è un terremoto, una sconfitta di portata storica. È quindi  uno choc anche per noi, che abbiamo un’identità saldamente a sinistra. Questo voto rappresenta un terremoto per diversi motivi. Ciò che spaventa di più è il trionfo della destra di Salvini, xenofoba, di impronta antieuropeista, vicina se non contigua ai fascisti. Un trionfo che indebolisce la possibilità dell’esistenza di  una destra moderata nel nostro Paese, un po’ come in tutta Europa. Un balzo in avanti straordinario, un fenomeno ormai di carattere nazionale, che fonda la propria forza sulle paure: quella degli immigrati, quella di perdere il lavoro, di perdere assistenza sociale e sanitaria (e infatti va più forte nelle regioni in cui il Welfare resiste di più), di perdere quel poco che si ha. La Lega ha raccolto i sentimenti di  insicurezza cresciuti nel paese anche grazie a una narrazione istituzionale suicida del Governo e del Ministro Minniti. L’ha fatta sua e ha usato l’insicurezza  per una vera e propria offensiva culturale. La leva per alzare il polverone e costruire consenso sono stati gli immigrati. E non c’è stato Minniti che tenesse (sconfitto infatti anche lui nel suo collegio).

E poi il Movimento 5 Stelle, che diventa il primo partito per numero di voti e seggi.  Da un lato  ha ceduto parte dei suoi voti storici alla destra e dall’altro ne conquista tantissimi da chi aveva votato PD e sinistra.

È un partito che – nonostante la confusione delle sue proposte, le gaffe, l’ambiguità su antifascismo e antirazzismo – offre speranza,  sogno di cambiamento. Al tempo stesso continua a  interpretare la rabbia e la protesta. Vende la propria immagine come umile rispetto all’arroganza della politica tradizionale, in ascolto (apparente). Si presenta come occasione di coinvolgimento, soggetto di democrazia diretta, contro il sistema istituzionale, capace di stare nella società di oggi, e infatti  prende il voto dei giovani. Rivendicando tutto ciò dalla posizione di chi non ha mai governato e perciò è percepito come ‘fuori dal palazzo’. Tanto che, nelle città in cui invece governa e nei palazzi c’è, ha meno consenso. Ma solo in alcuni casi. E non paga ancora i suoi fallimenti quanto invece li ha pagati la sinistra, che magari negli Enti Locali governa anche bene.

Avendo raccolto voti che provengono da sinistra e perdendone qualcuno a favore della Lega, i 5stelle svolgono il ruolo di ‘traghettatori’ a destra di chi votava a sinistra.

Insomma, viene premiata la ‘popolocrazia’ (come l’ha chiamata Ilvo Diamanti),  sia quella di destra che quella che si dichiara ‘né di destra né di sinistra’. E viene comunque premiato chi ha soffiato sul fuoco delle paure (anche i 5stelle non riescono mai a non mettere accanto alla parola immigrazione la parola sicurezza). Vengono premiate le narrazioni che sanno intercettare e ascoltare (e che ambiscono a rappresentare) il malessere, la rabbia, la paura provocate dall’aumento delle diseguaglianze, la fine della mobilità sociale, la precarietà lavorativa, la crescita di periferie culturali e relazionali. E lo fanno senza proporre soluzioni solidaristiche o egualitarie, anzi. Vince chi ha assecondato la sfiducia verso i meccanismi tradizionali della democrazia e delle istituzioni. Chi ha messo in dubbio l’idea di rappresentanza. E questo è accaduto anche a causa del ritornello sulla fine delle ideologie.

In tutto questo, la sinistra, anzi le sinistre sono crollate. Tutte. Considerate troppo poco credibili, litigiose, scollate dalla realtà, colluse con un modello istituzionale ed economico che ha generato impoverimento e insicurezza e  capaci al massimo di tutelare chi un po’ di tutele le aveva già. Così i delusi del Nord e i diseredati del Sud hanno voltato le spalle e scelto altro (la Lega al nord, i 5stelle al sud) non dando fiducia  alla sinistra, anche quella più vicina ai movimenti.

All’Arci spetta un lavoro di lunga lena, di riflessione sul progetto politico, in una discussione che vedrà il suo momento centrale nel nostro Congresso nazionale.

di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

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